Harambe e Cecil lottano, articolo blog youston lab

Web, social e Harambe

Da un fatto a un mezzo di comunicazione privo di senso ma paradossalmente efficace

Un venerdì sera al pub, qualche amico, una birra e chiacchiere sul più e meno. Poi arriva l’ilarità: parlando di qualche accadimento, all’amico burlone della compagnia comincia a venire un chiodo fisso, e in qualunque frase si inserisce con il suo chiodo fisso non-sense. Magari all’inizio per essere sarcastico e tagliente su qualcosa, poi ridere, per essere cinico o per puro “cazzeggio”.

Ecco, immaginiamo che quel chiodo fisso sia la parola “Harambe”, che il pub sia un social network e che qualche amico sia invece l’internet. Esplosione: il cinismo, la risata, il non-sense diventano un tormentone. In questo caso è proprio il caso di chiamarlo un “tormentone estivo”, come le tanto acclamate hit musicali della stagione calda. Solo che adesso siamo social!

Ma facciamo un passo indietro. Chi è “Harambe”? Cos’è successo quest’estate e perché parliamo di “tormentone”?

Il 28 maggio di quest’anno il gorilla Harambe è stato ucciso da alcune guardie dello zoo di Cincinnati, negli Stati Uniti, dopo che un bambino di quattro anni era caduto nella sua gabbia.

E questo è il fatto, l’accaduto.

Immediati i confronti, le discussioni e le polemiche online: “perché il gorilla è stato ucciso? Non bastava sparargli un sedativo?”, “è pratica comune negli zoo: se un visitatore corre un pericolo legato ad un animale, si spara all’animale per salvare la vita umana”, “ma allora il valore della vita di un animale non viene riconosciuto”, “cosa dovevamo fare? Lasciare che il bambino di 4 anni rischiasse di venire attaccato dal gorilla?”, “ha ancora senso che ci siano gli zoo nel 2016? Mettere in cattività gli animali per il nostro gusto di guardarli?”, “i genitori del bambino cosa stavano facendo? Come ha fatto a cadere nella gabbia del gorilla?” eccetera eccetera.

E questa è stata la reazione al fatto.

Poi è successo qualcosa di nuovo, di insolito. La rete ha fatto di Harambe un divertimento non-sense, un “delirio” completamente astratto dalla vicenda e dal fatto. Che questa cosa ad alcuni possa risultare di cattivo gusto o meno, il tormentone è partito lo stesso e ha riempito i social network e la rete per tutta l’estate.

Non mi voglio soffermare sul giudizio etico dello scherzare su un animale morto, che può giustamente urtare la sensibilità di molti. Ma sulla reazione virale che ha fatto seguito ad un meme e che di norma avrebbe dovuto terminare nel giro di poco tempo, ma che invece ha colonizzato i social network per mesi.

meme Harambe, articolo blog youston lab

C’è chi interpreta il “delirio Harambe” come la rete che critica sé stessa: focus del tormentone sarebbero in realtà la comunicazione online, le polemiche, i casi mediatici.

Il giornalista del New York Magazine, Brian Feidman, a fine luglio – un mese prima che lo zoo di Cincinnati chiudesse i suoi account sui social network perché troppo tampinati dal fenomeno Harambe – ha pubblicato un articolo in cui afferma che i meme sul gorilla sono diventati una sorta di riflessione collettiva sul modo in cui vengono ricordati i morti online.
I meme sul leone Cecil – leone simbolo dello Zimbabwe, ucciso e decapitato da Walter Palmer, dentista cacciatore di trofei statunitense che ha postato la foto dell’animale morto – furono una risposta alla rabbia per la sua morte, ma quelli su Harambe sono stati un’anticipazione della rabbia collettiva. Harambe è diventato un referendum e una satira sulla cultura dell’indignazione online. Il suo nome rappresenta tutto quello che c’è di sbagliato nel modo in cui i social media reagiscono alle notizie.

L’interpretazione data da Feldman suppone che col tempo il meme si sia sistematicamente allontanato da qualsiasi reale contatto con la morte di Harambe per diventare soltanto una scusa per giochi di parole e battute non-sense. Probabilmente, infatti, se all’inizio vi era della satira, dell’ironia e del sarcasmo, ormai il fenomeno è sfuggito da queste logiche, ed è un puro gioco social.

meme Harambe, articolo blog youston lab

Secondo Richard Dawkins – uno dei maggiori esponenti dell’epoca contemporanea della corrente del neodarwinismo nonché del “nuovo ateismo” – Harambe è invece il messaggio che è diventato un mezzo in grado di trasportare qualsiasi segnale senza essere identificato con nessuno di questi. Un meme nel senso originario: un significante culturale che si diffonde semplicemente perché è bravo a diffondersi. Non vi è dietro uno studio intellettuale per generare viralità, semplicemente è in grado di diffondersi perché può.

Se fossimo rimasti seduti a scherzare al pub con qualche amico, probabilmente il chiodo fisso sarebbe durato una serata, o due, e poi ne sarebbe arrivato uno nuovo. La rete è anche questo: una foto, una notizia, una persona, un evento possono diventare virali e chiunque può essere protagonista e parte di queste esplosioni mediatiche.

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